ANALISI DI UNO STANDARD JAZZ concetti generali

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ANALISI DI UNO STANDARD JAZZ concetti generali

ANALISI DI UNO STANDARD JAZZ concetti generali

Quando si intraprende lo studio, ed in particolare l'analisi di uno standard jazz, il problema più grande è la confusione a cui si va incontro. Infatti, lo studente o l'appassionato di turno che cerca informazioni in internet riguardo l'analisi dello standard jazz, spesso si imbatte in spiegazioni che nella migliore delle ipotesi sono confusionarie ed incomplete. Queste spiegazioni talvolta non sono il frutto di un metodo pensato, provato e strutturato, ma della propria esperienza di studio, o sarebbe meglio dire di pratica jazzistica.

Lo studio è la comprensione di questa lezione prevedono una buona conoscenza di: tonalità, cadenze, successioni armoniche, gradi della scala, sigle (in inglese). Se non si ricorda qualcosa o si ritiene la propria conoscenza inadeguata, si suggerisce di ripassare tali argomenti, prima di andare avanti.

Analizzare uno standard jazz è un'operazione molto importante, in modo particolare ai fini dell'improvvisazione (sarebbe sempre opportuno analizzare un brano prima di suonarlo), che è strettamente legata alla melodia, alle strutture, agli accordi, alle progressioni, ai centri tonali, alle cadenze ed alle modulazioni; gli elementi che costituiscono uno standard jazz. Per chiarirsi bene le idee è fondamentale porsi alcune domande.

Cos'è uno standard jazz?

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Gli standard jazz sono brevi composizioni musicali, per lo più canzoni, appartenenti soprattutto al repertorio americano, scritte in particolare tra gli anni '30 e '60. Questi standards, raccolti in una serie di voluminosi libri intitolati real book (ne sono stati pubblicati numerosi) rappresentano un background imprescindibile di formazione, di repertorio e di studio per tutti i musicisti jazz.

Com'è scritto uno standard jazz? 

In maniera molto semplice. Generalmente ogni rigo è diviso in quattro misure (volutamente, per favorire la lettura è la memorizzazione ritmico armonica in blocchi, ai fini dell'improvvisazione). Gli standards sono scritti solitamente sul doppio pentagramma (chiave di violino e chiave di basso). Sul pentagramma in chiave di violino è scritta la melodia, sul pentagramma in chiave di basso sono scritti gli accordi sotto forma di sigle (in inglese).

Come si analizza lo standard jazz?

L'analisi di uno standard jazz prevede alcuni passaggi fondamentali, che non devono necessariamente seguire quest'ordine, ma per un'analisi completa nessuno di questi dovrà essere tralasciato.

  • analisi della struttura (forma)
  • analisi armonica
  • analisi melodica

Analisi della struttura (forma)

Innanzi tutto, ad eccezione del blues (la cui forma è di 12 misure, non è diviso in parti) e di altre forme particolari, per indicare le varie parti di uno standard jazz si utilizzano le lettere maiuscole; in alcuni real books all'inizio o alla fine del brano è indicata la struttura.

Quando ci imbattiamo in uno standard jazz per prima cosa dobbiamo capire di che struttura si tratta, per esempio: un blues (formato da 12 misure, sia il maggiore che il minore), una forma ABA (nel jazz le parti si identificano con le lettere maiuscole, generalmente esse sono di 8 o 16 misure), una forma AABA (canzone, una delle forme più diffuse), un modale, ecc. Prendendo come esempio una struttura ABA, significa semplicemente che il brano è suddiviso in 3 parti:

  • A (la prima parte)
  • B (la seconda parte)
  • A (la prima parte ripetuta)

Si possono avere anche delle strutture formate da più parti differenti, come ad esempio ABCD, oppure forme più articolate in cui le A si alternano con altre parti differenti, ad esempio ABACADA.

Ma come si fa a capire dove finisce una parte?

Si prenda come esempio TAKE THE "A" TRAIN di Duke Ellington e si segua la melodia, meglio se con lo spartito davanti. Si potrà notare che a b 9 il tema riprende esattamente come all'inizio, infatti le prime 8 misure si ripetono esattamente per due volte. Il B si sviluppa nella tonalità di F mentre l'ultima A è uguale alle prime due. Si può quindi affermare che ci si trova davanti ad una struttura AABA. L'unica differenza che c'è tra le prime due A sta negli accordi dell'ultima battuta; la prima volta si ha una cadenza II - V che riporta alla tonalità di C mentre la seconda volta si ha una cadenza II - V che riporta alla tonalità di F (primo accordo della B).

Il blues è senza dubbio la forma più conosciuta e più semplice, caratterizzata da una parte unica di 12 battute (sia il maggiore che il minore), poiché non c'è alcuna ripetizione, la cui armonia è caratterizzata da cambi tipici, che dettano legge. Quando si analizza un brano a volte si commette l'errore di contare le battute, ed in base a questo dato emettere la "sentenza" sulla struttura. Beh, non è sempre così. Nella letteratura jazzistica esistono brani di 12 misure che non sono dei blues (poiché i cambi armonici non sono quelli tipici del blues), un esempio classico è il brano SOLAR di Miles Davis.

Ci sono tante altre forme, utilizzate per la scrittura degli standard jazz ma il concetto generale per l'individuazione delle varie parti resta sempre lo stesso.

Analisi armonica

Quando si parla di armonia la prima cosa a cui bisogna pensare è la tonalità del brano. Può succedere che nello stesso brano si possono trovare più tonalità, o sarebbe meglio dire più centri tonali; caratterizzati nella maggior parte dei casi da cadenze e/o modulazioni. In questi casi torna utile la struttura, infatti grazie ad essa si riesce a avere una visione più chiara dei movimenti armonici, si riesce a capire se si tratta di cadenze, di progressioni o di vere e proprie modulazioni. Si prenda come esempio AUTUMN LEAVES; l'impianto tonale (Bb e Eb in chiave ci dice che possiamo essere nella tonalità di Bb maggiore oppure in G minore). Dal punto di vista jazzistico possiamo analizzare l'armonia del brano in maniera differente.

Per quanto riguarda la A si ha:

  • 4 misure in Bb (II - V - I in Bb seguito da accordo di settima maggiore sul IV grado Eb)
  • 4 misure in Gm (II - V - I in Gm)

Per quanto riguarda la B ha:

  • 4 misure in Gm (II - V - I in Gm)
  • 4 misure in Bb (II - V - I in Bb seguito da accordo di settima maggiore sul IV grado Eb)
  • 3 misure in Gm (il secondo accordo sulla terza misura Gb7 ha la funzione di dominante rispetto al II - V - I in Eb che segue)
  • 2 misure in Eb (II - V - I, in alcune versioni sul V grado è applicata la sostituzione di tritono, per tanto il Bb7 diventa Eb7)
  • 3 misure in Gm (V - I, l'accordo di Eb che precede le ultime 3 misure svolge anche la funzione armonica di II grado, anche se è un VI grado rispetto alla tonalità di Gm).

Queste micro successioni di accordi non sono altro che i centri tonali di AUTUMN LEAVES. Dal punto di vista dell'improvvisazione, identificare i centri tonali è di fondamentale importanza, anche perché semplificano molto la vita. Infatti, si può decidere di improvvisare scegliendo la giusta scala per ogni centro tonale, evitando di improvvisare applicando pedestremente la "regola" accordo=scala. Una volta che avremo ben identificato i centri tonali si potranno scegliere le scale da utilizzare, eventuali sostituzioni armoniche da applicare e quant'altro.

Visto che per l'analisi strutturale ho preso come modello TAKE THE "A" TRAIN, per completezza di informazioni mi sembra doveroso fornire anche un'analisi, seppur sintetica, di questo brano, dal punto di vista armonico. Si è già visto che la sua struttura è AABA, il brano è in C. L'intera A è sviluppata su una cadenza II - V -I. Dopo le prime 2 misure in C (accordo del I grado), seguono 2 misure in D9 11# (funzione di dominante secondaria di C), nella quinta misura si trova il D-7 (II grado minore), nella sesta misura si trova il G7 (accordo di dominante, V grado della tonalità), quindi di nuovo C (accordo del I grado). Nell'ultima misura della seconda A si trova una cadenza II - V - I nella tonalità di F (modulazione), infatti le prime quattro misure della B saranno nella tonalità di F, per poi lasciare spazio nuovamente al D9 11# (funzione di dominante secondaria di C), infine sulle ultime 2 misure del B si trova nuovamente una cadenza II - V - I che ci riporta in C. 

Analisi melodica

La melodia è sicuramente l'elemento più caratterizzante dello standard jazz. Essa, a differenza delle successioni armoniche e del ritmo (medium, up, ballad, bossa ecc.) è sempre diversa. Spesso la melodia è di grande aiuto nell'improvvisazione, per due motivi principali:

  • offre spunti improvvisativi (cellule melodiche da sviluppare, improvvisazione melodica)

Gli spunti improvvisativi che può offrire un tema sono veramente tanti e molto utili, specie se non si sono ancora acquisite competenze improvvisative tali da gestire gli assoli in totale libertà; sia dal punto di vista del fraseggio che della creatività. Molti musicisti, anche importanti, spesso iniziano i propri assoli proprio come se essi fossero delle variazioni tematiche. Altre volte, vengono ripresi degli spunti melodici sotto forma di "citazione", nel corso dell'assolo, da cui lentamente ci si allontana a favore di fraseggi e di idee personali, ma sempre strizzando l'occhio alla melodia che a volte viene ripresa in forma variata.

  • aiuta a non perderci nel chorus (cantiamo in mente la melodia mentre improvvisiamo)

Parliamoci chiaro, le strutture e le successioni armoniche si somigliano un po' tutte. Questo può essere un problema, poiché a volte alcuni cambi ed alcune successioni, generano una confusione tale che può portare facilmente a perdersi nel chorus (nella struttura). In questi casi la melodia viene in aiuto, infatti se si riesce a tenerla a mente, mentre si improvvisa, non si correrà il rischio di perdersi.

Ma come si analizza melodicamente uno standard jazz?

Niente di più semplice. Bisogna individuare quelle che sono le cellule melodiche principali (cellule formate da poche note o brevi frasi) del brano e pensare a possibili variazioni, sia ritmiche che melodiche. Si prenda come esempio FOUR di Miles Davis. La cellula melodica principale è la sequenza SIb - DO - RE, che non va pensata solo come una successione di 3 crome su un intervallo di terza maggiore, ma anche come una sequenza ritmica. Vediamo negli esempi quali sono le cellule melodiche presenti nel brano.

  • in questo primo esempio è evidenziata nel primo cerchio (partendo da sinistra), la cellula melodica principale del brano. Nella seconda misura le note FA - MI - RE possono essere considerate una risposta alla prima cellula, per moto contrario. Alla fine della seconda misura le note SIb - DO - REb possono essere considerate come una variazione minore della cellula melodica principale

  • in questo secondo esempio si hanno una serie di cellule melodiche secondarie che rappresentano degli spunti improvvisativi da poter sviluppare (b 8, 9, 10,11)

  • in questo terzo esempio (casella 2), quindi ultime 4 misure del chorus. In questo caso non si tratta di cellule melodiche bensì di una piccola frase, più interessante dal punto di vista ritmico che melodico. Anche in questo caso la frase può essere sicuramente sviluppata dal punto di vista improvvisativo.

Una volta identificate tutte le cellule, si potranno riutilizzare a nostro piacere. Volendo potrebbero anche essere utilizzate per scrivere una serie di patterns, da utilizzare poi nell'improvvisazione. In conclusione, avere piena consapevolezza della struttura, dell'armonia e della melodia significa percorrere una strada in discesa verso l'apprendimento della pratica improvvisativa.

Suggerisco di provare ad analizzare qualche standard a propria scelta, seguendo questi steps:

scegliere lo standard => smontarlo => analizzarlo => rimontarlo => suonarlo

Mi auguro che questa breve lezione sia stata esaustiva e soprattutto utile. Se incontri delle difficoltà nell'analisi degli standards che preferisci, o cerchi semplicemente un confronto, rispondi all'articolo oppure apri un nuovo topic nel FORUM, ne parleremo insieme.

Ti è piaciuto l'articolo? L'hai trovato interessante? Mi piacerebbe conoscere la tua opinione in merito a questo articolo. Per favore, lascia un commento. Il tuo feedback è importante e dà senso al mio impegno.

2 pensieri su “ANALISI DI UNO STANDARD JAZZ concetti generali

  1. Salvatore Paolella

    l'introduzione è azzeccatissima è vero che in giro si trova tanto materiale che crea confusione, dal punto di vista didattico l'articolo è perfetto.

    Rispondi

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